MONSOON  WEDDING

 

 India 2000

 

Regia: Mira Nair Sceneggiatura: Sabrina Dhawan Fotografia: Declan Quinn Scenografia: Stephanie Carrol Costumi: Arjun Bhasil Musica: Mychael Danna Montaggio: Allyson C. Johnson Distribuzione Keyfilms Interpreti: Naseeruddin Shah, Lillete Dubey, Shefali Shetty, Vijay Raaz, Tilotama Shome, Vasundhara Das, Parvin Dabas, Kulbhushan Kharbanda, Roshan Seth, Soni Razdan, Neha Dubey, Kamini Khanna, Rajat Kapoor, Kemaya Kidwai, Ishaan Nair, Randeep Hooda, Sameer Arya, R. Vohra, N. Rastogi

 

Il film offre lo spaccato di vita quotidiana di una famiglia dell'alta borghesia indiana, in cui s'intrecciano le diverse storie familiari, divertenti, sentimentali e drammatiche. Canti, danze e colori stabiliscono l'universo prevalentemente romantico del film.

 

Monsson Wedding si distanzia evidentemente dalla vena documentarista e da quella sociologica che, in precedenza, aveva condizionato la regista. Le classi sociali disagiate vengono abbandonate per seguire la storia di una famiglia Punjabi trasferita a New Dheli.

Il territorio è quello della commedia, e neppure quello della commedia drammatica, o quello della commedia socio-psicologica verso cui sembrerebbe affacciarsi il film, ma piuttosto quello della commedia sentimentale che affronta, contemporaneamente, cinque storie diverse mirando all'happy  and per tutte. A ben vedere la Nair si chiude in un microcosmo familiare, che, riesce a costituire un film corale, solo per la tematica amorosa che unisce i personaggi.

Stabiliti, quindi, alcuni punti fondamentali che ci dicono ad una prima occhiata cos'è, o cosa non è, il film - problematica che interessò molto la critica della 58esima Mostra di Venezia – e liberati dunque, da  questioni che cercano di dare maggiore o minore validità al film, ci si può concentrare su quegli elementi che il lavoro della regista indiana mette in gioco.

Forse, dopotutto, è ancora un interesse sociologico a spingere la Nair a documentare i preparativi di un matrimonio sfarzoso dell'alta borghesia. La stessa regista afferma di aver scelto di concentrarsi su Nuova Dheli e sulla cultura Punjabi, a cui appartiene, per la volontà di approfondire tematiche legate a tale cultura. Per la Nair i punjabi sono caratterizzati dalla volontà di vivere pienamente la vita, e il film è il tentativo della regista di capire come questo spirito si confronti con la società moderna.

Un'unica tematica diventa allora filo conduttore dell'intera opera, determinando pressocchè tutti gli elementi narrativi del film: il rapporto tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità.

In fondo tutti i personaggi del film possono essere suddivisi tra vecchia e nuova generazione; da un lato quella del padre di Adidi, che appoggia la tradizione, e dall'altro quella di Dheli.com, dei tatuaggi, dei matrimoni per amore, dei tradimenti, delle donne single e dei ragazzi che aspirano a diventare chef. Il film si trova disseminato qua e là di indizi che servono a mantenere costante e visibile la tematica: Adidi si “vuole sistemare” e lo fa attraverso un matrimonio combinato dai genitori, pur continuando ad amare e ad essere l'amante del conduttore dello show televisivo per il quale lavora. Il futuro sposo lavora in America, dove le ragazze “si fanno sbattere tutte” e sceglie comunque di sposare Adidi, dopo aver saputo la verità, perchè tanto, il “matrimonio è comunque un rischio”, combinato o meno. Il film della Nair gioca allora sulle contraddizioni che un'India globale e modernizzata genera a livello sociale, per quella parte di società che è attaccata alle tradizioni, e per la parte che ne è lontana perchè lo è anagraficamente parlando. Certo lo fa attraverso dei contrasti di semplice lettura: la cameriera che, con nostra grande sorpresa (brava Mira a farci cadere a pieno nelle tradizioni stereotipate!)  sa cos'è una mail, Adidi che chiama l'amante mentre la madre sta scegliendo il suo Sari nuziale, Dubey che s'innamora di Alise mentre lavora costantemente  attaccato al cellulare, il bar e l'insegna della Coca Cola che invade lo spazio deserto. E ancora, la casa immersa in un enorme e curatissimo giardino e la città affollata, dove sembra manchino effettivi spazi per camminare e dove il black-out è sempre possibile.

Un mondo, quello presentato dalla regista, in cui la musica ha un ruolo fondamentale nel gioco di contrapposizioni proposte. Ogni musica sembra infatti essere in sintonia con la necessità di “opporre” che manifesta il film. Una musica tradizionale, spesso colonna sonora di scene che già al loro interno creano tensione fra tradizione e modernità, si alterna (determinando ulteriore contrasto) ad una musica pop  indiana, che magari è sfondo di un ballo tradizionale. E così si oltrepassano i confini di ciò che è tradizione e ciò che è modernità e si raggiunge una sorta di ibridismo in cui tutto è confuso. In fondo, ampliando la questione, Monssoon Wedding potrebbe essere opposto ai film  precedenti dove un ambiente ricco era pressocchè trascurato, o meglio, velatamente esistente. Allora forse, velato è anche  lo sguardo che la regista posa sull'intero Paese e i suoi film potrebbero essere letti, unitariamente, come uno studio lanciato alla società indiana contemporanea. Alla luce di quanto detto, la celebrazione del matrimonio è dunque un ulteriore necessità di documentazione che la regista affonda nel proprio paese, in quella classe agiata e proprio per questo trascurata, massimo esempio della contraddizione tra vecchio e nuovo, risucchiata dagli impulsi di globalizzazione e  sostenitrice di una certa vena conservatrice.

Ecco che allora, molto astutamente, Mira Nair non lascia fuori dal gioco neppure il cinema, citato almeno due volte nel film, prima come censura e poi come Bollywood.

Lo show televisivo che apre Monsoon Wedding, propone un confronto tra gli oppositori e i sostenitori della censura, da molti difesa per la possibilità di proteggere i valori tradizionali dal liberismo sessuale, offerto, ad esempio dall'America.

Più avanti il fratello più piccolo di Adidi vorrebbe imparare un passo di danza “che fanno a Bollywood”, parola sicuramente voluta per richiamare in seconda istanza quell'America sempre sottintesa nel film.

Resta un piccolo appunto da fare alla Nair, a proposito della scelta di trasformare il suo film in qualcosa che si allontana dall'indagine sociologica per non rientrare nemmeno in quella   psicopatologica. Che senso ha, dopotutto, per il significato del film, inserire nella sceneggiatura la figura morbosa di uno zio che sevizia le ragazzine?  

 

IL CINEMA INDIANO

 

Il cinema si sviluppa in India alla fine del 1800, con la forma del documentario alla Lumière, e si afferma nei decenni successivi attraverso la realizzazione di film a soggetto la cui produzione diventa cospicua negli anni trenta. Basue, Bose e Shantaram furono gli autori principali del  periodo, ma nonostante il loro lavoro e la quantità di film girati a partire dagli anni trenta, il cinema del paese rimase pressocchè escluso dal mercato internazionale, senza riuscire neppure a rappresentare approfonditamente la realtà umana e sociale dell'India. La situazione rimane inalterata nel corso degli anni, e la conquista dell'indipendenza (nel '47) sembra non essere riuscita a rinnovare forme espressive ripetitive e statiche. In questo periodo furono soprattutto le modalità di produzione a determinare i tratti stilistici dei film.  Il cinema degli anni '50 era in mano a produttori indipendenti che si finanziavano con gli anticipi di distributori ed esercenti, determinando così un totale controllo degli ultimi su sceneggiature, cast e budget. Un rapporto emesso nel '51 da un comitato d'indagine sul cinema raccomandò numerose riforme, tra cui la fondazione di una scuola, di un archivio nazionale e la necessità di un controllo dei finanziamenti da destinarsi, in buona parte, ai film di qualità. Ci volle quasi un decennio perchè tali riforme si rendessero attive, e la produzione  cinematografica dei primi anni cinquanta si trovò sostanzialmente nelle mani degli esercenti e di una rigida commissione centrale di censura, nata per controllare e proibire scene di sesso e materiale politicamente “discutibile”. La mancanza di regole statali ed un mercato così caratterizzato, favorivano la produzione di un cinema standardizzato: film in hindi che, similmente alla produzione hollywoodiana, prevedevano, in media, una trama romantica o sentimentale condita di elementi comici e di lieto fine, con grande attenzione ai numeri musicali. La formula proposta era quella dello “spettacolo completo” che faceva l'occhiolino a Broadway e prendeva in prestito musiche occidentali ed americane, dando vita ad una colonna sonora “ibrida”. Le voci degli attori venivano  spesso doppiate da cantanti professionisti che diventavano famosi quanto le star a cui prestavano le voci. La musica, divenne, in definitiva, uno dei principali elementi di attrazione nei film. Ancora oggi otto dischi indiani su dieci sono colonne sonore e le canzoni dei film sono suonate alle feste religiose, matrimoni e funerali.

Se tutta la produzione cinematografica del periodo aveva tale carattere popolare, ben diversa era  l'opera del bengalese Ray, riconosciuto come il più grande regista indiano (vinse con il suo primo film un premio a Cannes, e con il film Aparajito – L'invitto, del '56,  il Leone d'oro a Venezia). I suoi film si allontanano dal cinema commerciale e manifestano la volontà di rappresentare alcuni aspetti importanti della cultura indiana, uniti ad una visione poetica della realtà umana.

Accanto a Ray si devono ricordare alcuni registi che hanno tentato di rinnovare forme e modi del cinema indiano, tra cui Ghatak, Dutt, Mirilan Sen (il regista indiano più noto in occidente dopo Ray) . Tra le ultime generazioni di registi un posto di rilievo hanno Gopalakrishnan, e soprattutto, recentemente Mira Nair. Nata nel '57 in India, è stata attiva soprattutto negli Stati Uniti, come documentarista. Il suo primo film di finzione è dell' '88 (Salaam Bombay, vincitore di diversi premi), seguono Mississipi Masala, 1990 e Kamasutra, 1996. Sono film di notevole interesse sociologico; il primo affronta la vicenda di un ragazzino solo nella grande Bombay, il secondo la storia d'amore fra un'indiana e un nero dando rilievo ai conflitti razziali.